Jean‐Michel Basquiat: la mostra al MUDEC di Milano [FOTO]

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Al MUDEC, Museo delle Culture di Milano, di scena l’arte di Jean‐Michel Basquiat. Un mito degli anni ’80, morto troppo giovane per consumarsi, nato con l’arte di strada e finito nei musei, Basquiat ha ricoperto ruolo centrale nella sua generazione artistica. Allestita fino al 26 febbraio 2017, l’esposizione milanese è curata da Jeffrey Deitch, amico dell’artista, critico, curatore ed ex direttore del MOCA di Los Angeles, da Gianni Mercurio, curatore e saggista, e promossa dal Comune di Milano‐Cultura e da 24 ORE Cultura che ne è anche il produttore.

Il percorso della mostra è pensato con due chiavi di lettura: quello geografico legato ai luoghi che hanno segnato il percorso artistico di Basquiat (newyorchese che non ha mai dimenticato le origini haitiane) e quello cronologico, profondamente legato agli felici e tormentati anni ’80 di cui Baquiat fu protagonista.
 Sono circa 140 i lavori in esposizione, realizzati tra il 1980 e il 1987, tra opere di grandi dimensioni, disegni, foto, collaborazioni con Andy Warhol e una serie di piatti di ceramica nei quali, con ironia, Basquiat ritrae personaggi e artisti di ogni epoca: opere caratterizzate dall’uso di materiali poveri e da un segno grafico inconfondibile, pieno di rabbia, provenienti in larga parte della collezione di Yosef Mugrabi, a cui si aggiungono opere da altri prestatori privati.

La stagione di Jean Michel Basquiat è durata solo otto anni, ma è stata fertilissima. Ha realizzato oltre mille dipinti, e duemila, forse tremila opere su carta lavori che oggi il mercato si contende a suon di milioni. Un universo coloratissimo e potente il suo, popolato da figure grottesche, sagome scheletriche, curiosi oggetti di uso quotidiano e poetici slogan. E fondendo la cultura pop con l’ironica critica della società dei consumi, Basquiat parlava d’ingiustizie sociali mentre la sua leggenda andava a costruirsi.

«Nato a Brooklyn da padre haitiano e madre portoricana, a 15 anni Jean Michel Basquiat (1960 -1988) lascia la scuola e la casa di famiglia, vive in strada arrangiandosi come può, disegna sui muri prova a fare l’attore e il musicista. Andy Warhol nei suoi diari, ricorda d’averlo visto spesso nelle strade del Village mentre cercava di vendere per dieci dollari cartoline da lui stesso dipinte. Tre anni dopo – grazie anche a Warhol – il piccolo ribelle sarà uno degli artisti emergenti della scena mondiale, avrà denaro e fama ma poco tempo da vivere. Nella New York degli anni ’80 piagata dall’AIDS in certi ambienti si muore presto: Jean Michel morirà per overdose nel 1988, il suo pigmalione scompare un anno prima, il 20 febbraio dell’87 dopo un’operazione alla prostata.      

Questo vorace autodidatta, il minorenne abitante dell’esplosiva e decadente New York sotterranea, ama il jazz, e scarabocchia aforismi a pennarello sulle pareti del centro di Manhattan firmandosi SAMO. Nel 1981 uccide questo alter ego e inizia a dipingere, prima su materiali di recupero, più tardi su tela, e assemblando materiali scovati nell’ambiente urbano. Lavora compulsivamente, vende il suo primo dipinto nel 1981, e nel 1982, sotto la forte spinta neo-espressionista il suo lavoro è già richiestissimo. Nel 1985, appare sulla copertina del New York Times Magazinein relazione ad un articolo sull’esuberanza del nuovo mercato dell’arte internazionale. Era un successo senza precedenti per un afro-americano, e per un artista così giovane. In quella fotografia, diventata iconica, Basquiat è disteso su una sedia di fronte a uno dei suoi dipinti ha un elegante abito tre pezzi e la cravatta, ma è a piedi nudi. Un’immagine carismatica, ma Basquiat non è solo immagine, il suo talento artistico è reale, fondendo pittura e poesia crea un linguaggio proprio dai contenuti assolutamente originali. Combina gli strumenti dei graffiti (bombolette spray) con quelli delle belle arti (olio e ad acrilico, collage) e sempre mantiene nei suoi migliori lavori una tensione forte tra opposti: controllo e spontaneità, crudeltà e spirito, urbanità e primitivismo, fornendo al contempo un aspro commento alla realtà. Le sue tele hanno colori vivaci, forti, e sono popolate da figure schematiche e minacciose, simili a maschere. Le facce sono iscritte contro i campi densi di segni, simboli e parole. Opere frenetiche, dai ritmi spezzati come nel jazz sperimentale e in arrivo da un artista che sembra avere una fame insaziabile di conoscenza, una bulimia che dà luogo ad un’iconografia che guarda alla poesia classica e all’anatomia umana, allo sport, alla musica, alla politica, alla filosofia e ovviamente all’arte: da quella africana, a Picasso, a de Kooning, e a Rauschenberg» (a.d)

La mostra “Jean‐Michel Basquiat” sarà anche l’occasione per approfondire la conoscenza dell’artista e il periodo in cui ha vissuto attraverso una serie di eventi, concerti, proiezioni, conferenze.

Il calendario, a breve disponibile sul sito del museo http://www.mudec.it, prevede la proiezione di 4 lungometraggi in lingua originale e 3 incontri dedicati a Jean‐Michel Basquiat, in collaborazione con il Consolato USA a Milano e l’Università IULM

 

 

 

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