Love, l’arte contemporanea e il verbo dell’amore [fotogallery]

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ROMA – Fino al 19 febbraio 2017 il Chiostro del Bramante ospita “LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore”, una mostra a cura di Danilo Eccher.

L’arte è sempre una grande dichiarazione d’amore” (D.E)
«Parlare d’arte è sempre un parlare d’amore, anche quando questo presenta le smorfie orribili della violenza, della sopraffazione, della crudeltà. Raccontare l’amore non è dunque un compito dell’arte, è la sua essenza stessa, la sua natura, il suo scopo, il suo ultimo pensiero. Ecco quindi che una mostra d’arte non può non essere anche un’esibizione dei vestiti dell’amore, delle sue maschere, dei suoi monili, dei suoi profumi, dei suoi trucchi». Così scrive Eccher nel saggio di catalogo e tanto basterebbe a squarciare il velo su questa mostra che attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea, parla “semplicemente” dell’amore. E’ da sempre, d’altronde, che l’arte prova a sondare il più vitale e mortale dei sentimenti umani, la fonte stessa d’ogni altro sentimento e dunque la vera, unica, insondabile materia d’arte.
Un messaggio straboccante di tutte le contraddizioni umane, sarà per questo che quando parla d’amore l’arte contemporanea diventa perfino esplicita. Forse troppo, come la grande scultura di Robert Indiana “Love” ò “Amor” che apre il percorso. Un’immagine iconica quella composizione di lettere che dagli anni ’60 dà forma alla parola più sfruttata, la trasforma in “poesia scultorea”, come dice il curatore. Siamo al tempo della cultura di massa, del messaggio immediato e replicato all’infinito, dello stereotipo che innesca con un flash un mondo intero. Come il volto di Marilyn Monroe usato da Andy Warhol fino a farne l’icona più abusata di questi decenni. E’ lei il volto dell’amore, le sue labbra promessa e disillusione.
In un percorso che attraversa decenni e media, ecco un video di Tracey Moffat che attraverso una sfilata di stereotipi finisce per denunciare la superficialità reiterata di questi tempi. Anche Tom Wesselmann, in Smoker, denuncia lo stereotipo di labbra eroticamente dischiuse.  E che cosa c’è di più stereotipato di un cuore? Eppure Francesco Clemente, restituisce alla banalità della forma la capacità di farsi struggente racconto. E poi i fiori recisi di Marc Quinn, la trasgressione di Gilbert e George; gli allucinati paesaggi di zucche di Yayoi Kusama (I Have for the Pumpkins); l’evocazione della classicità di Francesco Vezzoli; i corpi lacerati di Mark Manders, il gigantesco cuore di Joana Vasconcelos che canta il fado con la voce di Amália Rodrigues. In risultato è una caleidoscopio di forme e ispirazioni per un racconto che non avrà mai compimento.

LA CURIOSITÀ – Il pubblico protagonista della mostra, divenendo fruitore e divulgatore allo stesso tempo, con la possibilità di fotografare liberamente tutte le opere esposte (hashtag ufficiale #chiostrolove). Un coinvolgimento sensoriale a 360° caratterizza l’esperienza museale, abbracciando il concetto di ‘open access’ e di museo in continua evoluzione.
info: www.chiostrodelbramante.it

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