“Orfani bianchi”: Antonio Manzini racconta i figli delle badanti

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Hanno la mamma e, a volte, anche il papà, ma crescono in un orfanatrofio: sono “orfani bianchi”. Le loro vite, delle quali non si sa molto, sono raccontate nel nuovo libro di Manzini (Chiarelettere). Si tratta dei figli delle badanti, per lo più ucraine o russe, che lasciano casa loro per venire a cercare lavoro e un futuro più sicuro nel nostro Paese, spesso senza tornare dalla propria famiglia per molto tempo. E intanto i  bambini che hanno lasciato a casa finiscono in orfanatrofio. Non un giallo questa volta, ma un romanzo che racconta un altro aspetto dell’immigrazione.

Protagonista è Mirta, una giovane donna moldava a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie, il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio poi la signora Mazzanti, “che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all’albero ai regali e al panettone”, poi Olivia e adesso Eleonora. Tutte persone vinte dall’esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirle c’è lei, Mirta, che non le conosce ma le accompagna alla morte condividendo con loro un’intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane. Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato: il suo, che non le dà tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. “Nella disperazione siamo uguali” dice Eleonora, ricca e con alle spalle una vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell’ultimo, intenso e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi. Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di una società che sembra non conoscere più la tenerezza.

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